The cart is empty

In mezzo scorre il fiume

In mezzo scorre il fiume

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

 

"Un libro di Norman Mclean da cui il bellissimo film diretto da Robert Redford. Per chi non lo avesse letto, o visto, proponiamo la recensione di Boitani, P., L'Indice 1993, n. 7 (recensione pubblicata per l'edizione del 1993)"

Siamo nel Montana occidentale, lungo l'immane frattura - il Continental Divide - che le ere geologiche hanno colmato, unendo le Montagne Rocciose alle Grandi Pianure negli Stati Uniti nordoccidentali. È l'estate del 1937. Circondato da un paesaggio primigenio, un uomo è andato a pesca di trote nel Big Blackfoot River. Sull'acqua, i miraggi del calore danzano l'uno dentro l'altro. Lo spettatore si congiunge al fiume e i due diventano una cosa sola: quella cosa è il fiume. Il fiume è nudo: poco più a valle un canale si è disseccato, è morto, e per il pescatore "uno dei modi di arrivare a conoscere una cosa è attraverso la sua morte". In questo momento Norman Maclean, taglialegna, impiegato del Corpo Forestale (e molto tempo dopo professore universitario di letteratura inglese), sente che forme e disegni della sua vita si uniscono ai miraggi del caldo. Allora comincia a prender corpo in lui la storia che diventerà "In mezzo scorre il fiume". La storia deve essere iniziata molto tempo prima, "vicino al rumore dell'acqua", ridiventerà più simile al fiume che non a un libro. A metà del libro, scopriamo così che "leggere l'acqua" è il compito fondamentale che questo scrittore si prefigge e che indirettamente assegna anche a noi lettori. Compito arduo, però, perché il fiume scorre incessante e incommensurabile mormorando parole che vanno interpretate, ma soprattutto perché "per tutti noi è molto più facile leggere le acque della tragedia" anziché capire "dovere a che ora del giorno la vita si presta a esser presa come uno scherzo". Eppure, Norman Maclean ha letto le acque in modo mirabile, e in un racconto a prima vista assai poco promettente di pesca a mosca ha intrecciato il tragico, il comico, l'insignificante e il sublime in meandri così sottili e pieni di sorprese, bolle così luminose, rapide così scroscianti che il lettore non riuscirà a deporre il libro finché, tutto d'un fiato, non l'avrà terminato e ripreso in mano da principio. Prendiamo il pescatore che sente, a metà racconto, come la storia avrà inizio. In quell'istante, è solo. Ma in realtà quel giorno è andato a pescare accompagnato dal fratello più giovane, Paul, dal cognato Neal e dalla temporanea amante di costui, una donna di facili costumi chiamata Vecchia Pellaccia. Ebbene, Neal e la donna non hanno alcuna intenzione di pescare, e quando i fratelli si riuniscono al termine della giornata scoprono che i due si sono scolati tutte le loro birre e giacciono, ubriachi, nudi, e arrostiti dal sole, su una lingua di sabbia in mezzo al fiume. Li, al centro dell'universo, troneggiano due deretani rossi che "sfrigolano sotto il sistema solare" e da cui fuoriescono a poco a poco piedi, gambe, colli, schiene. Su una natica della donna è tatuato LO, sull'altra VE: LOVE, amore. La scena, descritta con incredula, esilarante lentezza, è di una comicità irresistibile. Tuttavia contiene un nucleo serissimo. Neal ha infatti scardinato l'ordine del cosmo, violato l'etica che governa la pesca a mosca e irrimediabilmente inquinato il fiume di famiglia. Fra i tre elementi il legame è inscindibile: "Nella nostra famiglia non c'era una chiara linea di demarcazione tra religione e pesca a mosca", recita la prima frase del libro. Il padre dei due fratelli è un ministro della chiesa presbiteriana il quale crede fermamente che la pesca a mosca è una forma di redenzione e che "tutte le cose buone - dalle trote alla salute eterna - derivavano dalla grazia, e la grazia dall'arte, e l'arte non è una cosa facile". Apprendere quest'arte e praticarla con bellezza costituisce il compito fondamentale dell'uomo. Ora, proprio qui si annida il dissidio tragico della vicenda. Perché il fratello minore, Paul, aereo danzatore fra le rocce del fiume, elegante maestro d'orchestra nel maneggio della canna e nel lancio della lenza, insomma artista supremo della pesca a mosca e dunque "eletto" fra i tanti dannati, conduce invece una vita solitaria e di dissipazione che lo porta ad essere picchiato a morte e buttato in un vicolo. Né il fratello maggiore, che a lui è unito da un vincolo caldissimo di amore e di ammirazione che ne studia i movimenti e ne ascolta le storie, può mai comprenderlo e tantomeno aiutarlo nonostante gli sforzi che biblicamente compie per diventarne il "guardiano". Predestinato alla grazia, Paul precipita inesorabilmente, come il fiume, verso le rapide della vita, mentre il fratello maggiore, pescatore assai più modesto nella prassi, ma cogitabondo osservatore del paesaggio incantato e pensatore svagato dei sentimenti delle trote, riesce a raggiungere un'unione perfetta con la moglie e ad avviarsi verso la lettura delle acque: a trasformare, cioè, l'arte della pesca in racconto.

Metamorfosi lenta e affascinante, che avviene sostanzialmente in due modi. Primo, la scrittura stessa: scabra come un ciottolo consumato dalla corrente, ma aspra e forte come è giusto attendersi dal West americano. Secondo, il movimento della storia: una sequenza di scene di pesca avvolte come spire a culminare in un'epifania finale che ci riporta all'inizio. Questa volta il vecchio predicatore presbiteriano accompagna i propri figli sul fiume. Qui, il fratello maggiore raggiunge ben presto uno stato di plenitudine interiore che chiama "perfezione": la famiglia si è ricomposta, Paul non sta prendendo nemmeno un pesce, e lui sta invece per farne una strage. Riempito il proprio cestino, si unisce al padre, seduto al sole a leggere l'inizio del Vangelo di Giovanni in greco. Da lontano, i due fissano lo sguardo su Paul, che dà inizio a una vera e propria girandola di balzi e lanci, a un'esibizione sublime di arte piscatoria. Terminatala con la preda più grossa, Paul, circonfuso d'acqua e di sorriso, raggiunge il padre e il fratello. È la sua ultima pesca, un istante miracoloso di bellezza e di eternità prima della morte. Dopo, non rimangono che le parole. Ma "In principio era il Verbo", annuncia il brano di Giovanni letto dal vecchio sull'argine. "Ed è proprio così", commenta il ministro presbiteriano, "un tempo credevo che l'acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole... l'acqua scorre sopra le parole". 'Verba sunt substantia rerum'. A questa metafisica fluvial-verbale, a questa comprensione delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo giunge infine, vecchio anche lui, il pescatore-scrittore: "Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa. Il fiume è stato creato dalla grande alluvione del mondo e scorre sopra rocce che sono le fondamenta del tempo. Su alcune di queste rocce sono impresse gocce di pioggia senza tempo. Sotto le rocce a sono le parole, e alcune delle parole appartengono alle rocce".

MINIMAMENTE

Sassifraghe ombrose le nostre anime, avvolte in un involucro alimentare

 

 

Latest News

18 Giugno 2016
18 Giugno 2016